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Iperammortamento per investimenti strumentali, in un quadro che resta anti-industriale

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Cancellate le misure precedenti (Transizione 4.0 e 5.0), che si sono rivelate un fallimento dopo le modifiche apportate alla versione originaria, la legge finanziaria 2026 introduce l’iperammortamento per gli investimenti strumentali, recuperando parti di i4.0 (elenchi investimenti materiali e immateriali), bene e di T 5.0 (burocrazia, per lo meno, in forma semplificata).

Ricapitoliamo l’ambito degli investimenti ammissibili:

  • beni materiali e immateriali strumentali nuovi compresi negli elenchi della legge, interconnessi al sistema aziendale di gestione della produzione o alla rete di fornitura
  • beni materiali (nuovi) strumentali all’esercizio d’impresa, finalizzati all’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili destinata all’autoconsumo anche a distanza, compresi gli impianti per lo stoccaggio dell’energia prodotta. Con riferimento all’autoproduzione e all’autoconsumo di energia da fonte solare, sono considerati agevolabili esclusivamente gli impianti con moduli fotovoltaici secondo quanto previsto dall’articolo 12 della legge 11 del 2 febbraio 2024.

SPESE AMMISSIBILI
Si riconosce la maggiorazione del costo di acquisizione per gli investimenti effettuati dall’1.1.2026 al 30.9.2028. Entro tale data è necessario che l’investimento sia “effettuato” secondo quanto previsto dall’art. 109, TUIR, quindi vale la data di consegna del bene e non quella dell’ordine. Sono pertanto agevolabili gli investimenti con consegna a partire dal 1° gennaio 2026, indipendentemente dalla data di stipula del contratto o dell’emissione dell’ordine).

AGEVOLAZIONE
Il costo di acquisizione è maggiorato del
180% per investimenti fino a 2,5 milioni (euro)
100% per investimenti oltre 2,5 e fino a 10 milioni
50% per investimenti oltre 10 e fino a 20 milioni.
Rispetto alle precedenti versioni, la norma approvata non prevede la maggiorazione delle aliquote per investimenti green a riduzione dei consumi energetici.

SCADENZA
Le disposizioni attuative saranno definite con successivo decreto interministeriale MIMIT-MEF. Dunque, continua a regnare l’incertezza, uno dei fattori che induce a posporre le decisioni d’investimento.

IL QUADRO: ITALIA

Se guardiamo l’incertezza e instabilità della situazione internazionale e di molti paesi vicini, Francia e Germania in primis, la stabilità politica, finanziaria e sociale italiana sorprendono. Una situazione che, fino a pochi anni fa, pareva poco probabile. In teoria, la prudenza nei conti dello stato è un prerequisito importante per riaprire una stagione d’investimenti. In teoria, perché nei fatti un ambiente apertamente antindustriale – altissimi livelli di tassazione delle imprese e del lavoro, limitazioni burocratiche e regolamentari, infrastrutture care e inefficienti, bolletta energetica con moltiplicatore x3 rispetto al costo dell’energia, per oneri impropri più imposte – ne inficia il potenziale.
È un peccato che uno Stato con una spesa annua di 1.253 miliardi non riesca a trovare il modo di favorire l’innovazione tecnologica della nostra industria manifatturiera, e le poche risorse messe a disposizione (circa 3 miliardi quest’anno, meno dello 0,25% della spesa totale) restano sottoposte a procedure complesse (e, al momento di andare in stampa, non ancora disponibili, si veda il capitolo precedente “scadenza”).
Questi 3 miliardi – non una dazione di denaro, ma una (momentanea) riduzione degli incassi dello Stato – fanno a pugni, tra l’altro, con i 45 di sussidi promessi all’agricoltura per evitare che s’impegni di più sul piano dell’efficienza e della produttività, e con tutta la montagna di soldi che resta, distribuita equamente tra pensioni di gioventù e pubblica amministrazione (da qui passano anche le misure a pioggia per il settore privato). Si ripete il modo tipico di gestire le risorse a cui siamo (purtroppo) abituati: si reperiscono le risorse finanziarie (tasse) dove è più facile e si allocano senza controllo del loro uso efficiente e finalizzato all’aumento dell’efficienza del sistema economico.
Infine: difficile affrontare la stagnazione italiana, senza una riforma vera dell’amministrazione pubblica (quella delle pensioni di gioventù, per lo meno, è stata affrontata, anche se spesso sotto attacco).
«Avendo passato una vita nel settore pubblico – si legge in un articolo pubblicato sul Sole24ore del 3 gennaio a firma Giovanni Tria, già ministro dell’economia e finanze del governo italiano – (…) mi sono convinto che non è sufficiente cambiare le norme e che il problema non sia neppure quello di attrarre i migliori nella PA, perché non ne mancano. Il problema è come cacciare i peggiori (…)». A questo proposito, una vecchia proposta, dettagliata in “I nullafacenti” di Pietro Ichino (ex sindacalista di sinistra), è risultata nella necessità di attribuirgli una scorta per la sua sicurezza personale.
Concludiamo citando Ali Reza Arabnia, presidente di Gecofin Holding (proprietaria di Geico, noto impiantista di verniciatura italiano per scocche auto), da un’intervista rilasciata a Paolo Bricco, il Sole 24ore di domenica 15 febbraio, «…l’imprenditore italiano è straordinario per la passione (nel suo doppio significato di amore e dolore). Ed è l’unico nell’affrontare difficoltà che, altrove, non sono nemmeno pensabili. Non voglio essere retorico. Ma non credo che, altrove, esista qualcosa di paragonabile alla sua fisionomia e all’ostilità dell’ambiente in cui si trova a operare…».

2 – Europa

Non che viste in prospettiva europea le cose siano molto differenti. Dopo due anni di recessione e uno di stagnazione, la Germania alza un po’ la voce e, dopo essere stata causa e guida della repressione burocratica che va sotto il nome di Green Deal, ne chiede la moderazione. I primi risultati, in campo automotive, portano a una minima riduzione dei limiti di emissione (da 100% al 90% nel 2035), e il Parlamento europeo ha nominato come relatore della revisione complessiva delle norme in quest’ambito a Massimiliano Salini, eurodeputato che conosce bene la realtà industriale italiana (è il riferimento politico del “Circolo delle Imprese” associazione di imprenditori volta a valorizzare il ruolo dell’imprenditore, offrendo un network di condivisione e crescita molto attivo, in particolare nelle regioni del nord italiano).
In termini di regolamentazione burocratica, il Parlamento europeo ha approvato una modifica relativamente a CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) – rendicontazione di sostenibilità – e CSDDD (Corporate Sustainability Due Diligence Directive) – dovere di diligenza – che ne riduce il perimetro d’applicazione.

Rendicontazione di sostenibilità, CSRD

La rendicontazione di sostenibilità sarà obbligatoria solo per le imprese con più di 1.000 dipendenti e un fatturato netto annuo superiore a 450 milioni di euro, e non trasferisce questo obbligo alle aziende più piccole. Le stesse regole si applicheranno anche alle imprese di paesi extra UE che generano oltre 450 milioni di euro di fatturato nell’Unione europea e alle loro filiali e succursali con un fatturato superiore a 200 milioni di euro nell’UE.
La rendicontazione per settore diventerà facoltativa e le grandi imprese non potranno scaricare questi oneri sulle aziende più piccole con cui collaborano. Dunque, le imprese con meno di 1.000 dipendenti non dovranno fornire informazioni aggiuntive oltre a quelle previste dalla rendicontazione volontaria. Sotto questo profilo, date le incertezze di riferimento sul tema sostenibilità, la Commissione europea dovrà istituire un portale digitale con linee-guida chiare e modelli di documenti a cui far riferimento per redigere la rendicontazione, validi a livello nazionale ed europeo:

Dovere di diligenza, CSDDD

Il dovere di diligenza, cioè il dovere di individuare e ridurre gli effetti negativi delle proprie attività sulle persone e sull’ambiente lungo tutta la catena di fornitura, si applicherà solo alle grandi società sediate nell’UE con oltre 5.000 dipendenti e un fatturato annuo superiore a 1,5 miliardi di euro e a quelle extra-UE che realizzano nello spazio europeo un fatturato superiore alla stessa soglia. Le aziende coinvolte dovranno analizzare i possibili rischi lungo la propria catena di approvvigionamento, ma potranno chiedere informazioni ai partner più piccoli solo quando strettamente necessario, e non saranno più obbligate a presentare piani di transizione verso un’economia sostenibile. In caso di inottemperanza le multe possono arrivare fino al 3% del loro fatturato netto mondiale.
L’applicazione di regolamento e direttiva è stata rinviata al luglio 2029. “Omnibus I”, la proposta della Commissione votata e approvata dal Parlamento europeo che contiene tali modifiche, dovrà però essere adottata formalmente dal Consiglio europeo, le modifiche qui riportate entreranno in vigore venti giorni dopo la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’UE.