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L’outdoor cresce, si trasforma e parla di qualità, durata e identità

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Che sia residenziale o contract, l’arredo per l’esterno si conferma lo spazio in cui convergono design, innovazione, qualità e consapevolezza ambientale. Per le aziende, la sfida è mostrare l’invisibile e far capire perché una sedia non è solo una sedia, ma un investimento di valore.

È sempre più evidente che il settore outdoor sia in costante evoluzione, spinto da una domanda che va ben oltre la semplice funzione d’uso di arredi e spazi esterni. A confermarlo è la voce di chi il mercato lo vive ogni giorno: produttori, progettisti, rivenditori. Se un tempo bastava parlare di design, oggi la qualità percepita, la durabilità e la sostenibilità diventano fattori determinanti che guidano le scelte di acquisto, specie in un comparto che non si limita più a “riempire” giardini e terrazze, ma punta a creare spazi da vivere, proprio come avviene negli interni.

Vivibilità, status e cultura di progetto
«L’outdoor è uno status, un fenomeno di mercato che ha generato uno spazio operativo che non esisteva o sarebbe stato occupato da altri settori» spiega Simone Riva, architetto e CMF designer negli incontri formativi per architetti e progettisti firmati Finiture Green Experience e EMU Group.
Questa evoluzione chiama in causa anche un nuovo modo di comunicare. Non basta più mostrare la qualità intrinseca del prodotto: serve raccontare il processo, trasferire un messaggio che renda percepibile la complessità di una lavorazione sartoriale, pur dentro una filiera industrializzata. «È qui che la narrazione fa la differenza: i consumatori più giovani, in particolare, hanno una percezione del valore sempre più legata a parametri come etica, tracciabilità e coerenza tra racconto e realtà. Le aziende non possono più progettare senza tener conto del design, a tutti i livelli» sostiene Riva.

Un settore che chiede visione
In un mercato in cui tutto cambia velocemente, alle aziende produttrici viene richiesto di essere sempre più rilevanti e trovare un posizionamento unico sul mercato. Un mix che si ottiene con un ottimo design ma anche con processi produttivi dall’alto valore aggiunto.
«Flessibilità, per un’azienda metalmeccanica come la nostra, significa impiegare energie ingenti per stare al passo con il mercato. La gestione totale a livello produttivo ci permette una velocità di azione che viene sempre più richiesta dai nostri clienti» spiega Luigi Biscarini, Direzione Commerciale Generale EMU Group.
L’azienda umbra è una delle poche realtà industriali italiane a produrre arredi di design in materiali, come il ferro e l’alluminio, sottoposti a rigidi processi di verniciatura e trattamenti, mettendo in campo energie a livello di competenze sempre più specializzate senza che le performance estetiche e meccaniche vengano meno.

La durabilità, non solo la durata
Non è solo marketing. Come ribadisce spesso Massimo Duroni, docente e ecodesigner, «la qualità di un progetto è un pilastro della sostenibilità. Aziende come EMU lo sanno da decenni: i loro prodotti devono resistere alle intemperie e la finitura diventa determinante per garantire che l’energia spesa per produrre un oggetto venga distribuita su un lungo ciclo di vita. Più dura un prodotto, più il pacchetto energetico si diluisce e minore è l’impatto ambientale».
Patricia Malavolti, direttrice responsabile di Finiture Green, chiarisce anche un punto spesso sottovalutato: «non va confuso il concetto di “durata” con quello di “durabilità”. La durata è un dato post-consumo: quanti anni è rimasto integro un oggetto/arredo prima di non assolvere più alla sua funzione. La durabilità invece nasce da stime precise fornite dalle aziende, che derivano dai materiali usati e dai test effettuati. Conoscere questi dettagli rende l’architetto e l’interior designer più consapevole delle scelte progettuali ma anche più credibile nei confronti del cliente finale».

Nuovi driver di scelta: design, etica, identità
Il mercato evolve anche nei driver di acquisto. Secondo l’analisi elaborata da Simone Riva, il prezzo – un tempo elemento predominante – è diventato solo uno dei fattori, al pari di design, brand, funzionalità, ergonomia, etica, resistenza tecnica e referenzialità. Oggi non si compra più un prodotto solo perché costa meno, ma perché parla di chi lo acquista: deve appagare l’occhio, il tatto, raccontare una storia credibile. E deve essere in linea con i valori del cliente.

Customizzazione e flessibilità
Al giorno d’oggi la personalizzazione è la chiave per soddisfare il cliente finale, fa eco Luigi Biscarini di Emu: «accanto alla richiesta, oramai stabile, verso colori classici quali bianco, nero e grigio, crescono le tendenze verso colori caratterizzanti, che seguono le tendenze del mondo della moda. Nel contract – che per noi pesa oltre il 70% – lavoriamo sempre di più con il nostro reparto ricerca e sviluppo a personalizzazioni richieste dai nostri clienti».
In parallelo, forme, colori e materiali si aggiornano: l’alluminio supera il ferro, la corda nautica si fa spazio lasciando indietro finti midollini e intrecci sintetici che hanno perso quota.
A fronte di queste innovazioni resta però una certezza: l’outdoor non è solo un prodotto, ma un progetto complesso che tiene insieme comfort, funzionalità, estetica e rispetto per l’ambiente.